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HIKIKOMORI, OLTRE 50 MILA STUDENTI ITALIANI VIVONO IN ISOLAMENTO SOCIALE. LA SCUOLA NON PUO’ VOLTARSI DALL’ALTRA PARTE

Il ritiro sociale volontario è una forma di disagio che può allontanare progressivamente ragazze e ragazzi dalla scuola, dagli amici e dalla vita di relazione. La Relazione al Parlamento 2026 richiama l’attenzione su un fenomeno che interpella direttamente dirigenti scolastici, docenti e intera comunità educante.

Oltre 50 mila studenti in isolamento per più di sei mesi

I dati contenuti nella Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026, elaborati nell’ambito dello studio ESPAD®Italia 2025, restituiscono un quadro che merita particolare attenzione.

Nel 2025, oltre 50.000 studenti, pari al 2,1%, riferiscono di aver vissuto un periodo di isolamento sociale superiore a sei mesi, durante il quale non hanno frequentato la scuola né incontrato amici o conoscenti.

A questi si aggiunge un ulteriore 2,5% di studenti che dichiara di aver attraversato un periodo di isolamento compreso tra tre e sei mesi, una condizione definita nel rapporto come “pre-Hikikomori”.

Il fenomeno riguarda anche la popolazione scolastica minorenne: oltre 26.000 studenti under 18 (1,7%) riferiscono un isolamento sociale protratto per più di sei mesi. Un ulteriore 2,3% ha sperimentato periodi di ritiro compresi tra tre e sei mesi.

È importante precisare che si tratta di dati relativi a condizioni di isolamento riferite dagli stessi studenti nell’indagine: non equivalgono automaticamente a diagnosi cliniche, ma rappresentano un segnale significativo di disagio che non può essere sottovalutato.

Che cosa significa Hikikomori

Il termine Hikikomori deriva dalla lingua giapponese ed è composto da due parole: hiku, che significa “tirare indietro”, e komoru, che significa “ritirarsi” o “isolarsi”.

La parola descrive una condizione di ritiro sociale volontario e prolungato, nella quale la persona tende a sottrarsi ai rapporti sociali, alle attività quotidiane e alla partecipazione alla vita collettiva.

Non si tratta semplicemente di timidezza, introversione o di un periodo in cui si preferisce stare da soli. Il fenomeno si caratterizza per una progressiva rinuncia alle relazioni e, nei casi più gravi, per l’interruzione della frequenza scolastica e l’isolamento anche all’interno della propria abitazione.

Dietro questo comportamento possono esserci sofferenza psicologica, difficoltà relazionali, problemi familiari e scolastici, spesso intrecciati tra loro. Non esiste necessariamente una causa unica: ogni situazione richiede ascolto, attenzione e una valutazione specifica.

Le cause: un disagio con molteplici origini

La Relazione al Parlamento individua diverse motivazioni associate all’isolamento sociale volontario. Tra quelle riportate figurano:

  • Problemi di natura psicologica;
  • Difficoltà relazionali con amici o partner;
  • Mancanza di desiderio di incontrare altre persone;
  • Problemi familiari;
  • Difficoltà nei rapporti con insegnanti e personale scolastico;
  • Scarso rendimento scolastico;
  • Problemi di natura fisica;
  • Cambio di classe o di istituto;
  • Mancanza di motivazione a frequentare la scuola.

Questi elementi mostrano quanto il fenomeno sia complesso. La scuola può essere coinvolta nelle difficoltà che accompagnano il ritiro, ma può anche diventare un luogo fondamentale per riconoscere precocemente i segnali di disagio e favorire percorsi di recupero.

È quindi necessario evitare letture semplicistiche: l’assenza da scuola non deve essere interpretata automaticamente come disinteresse, svogliatezza o mancanza di volontà. Può rappresentare, invece, la manifestazione visibile di una sofferenza più profonda.

Il ruolo della scuola: riconoscere i segnali e costruire risposte

La scuola è uno dei principali ambienti di socializzazione e di crescita. Per molti ragazzi rappresenta il luogo nel quale si costruiscono relazioni, si sviluppano competenze e si rafforza il senso di appartenenza alla comunità.

Proprio per questo, il fenomeno Hikikomori interpella direttamente dirigenti scolastici e docenti.

La Relazione al Parlamento evidenzia un dato significativo: mentre l’89% dei dirigenti scolastici segnala l’adozione di un piano formativo specifico per contrastare la dispersione scolastica, soltanto il 43% degli istituti dichiara di aver attivato interventi mirati per il reinserimento degli adolescenti in condizione di ritiro sociale volontario.

Il dato mette in evidenza una differenza importante: le strategie per contrastare la dispersione scolastica non coincidono necessariamente con gli interventi necessari per affrontare il ritiro sociale. Un ragazzo che si allontana volontariamente dalle relazioni e dalla scuola può avere bisogno di percorsi individualizzati, graduali e costruiti intorno alla sua condizione.

Per questo è fondamentale che il personale scolastico sia messo nelle condizioni di riconoscere i segnali di disagio: assenze ripetute, progressivo isolamento, difficoltà nelle relazioni con i compagni, perdita di interesse e cambiamenti significativi nel comportamento.

Non si tratta di attribuire alla scuola competenze che appartengono ai professionisti della salute, ma di valorizzarne la funzione educativa e la capacità di osservazione. Ascoltare, non giudicare, mantenere aperto il dialogo e attivare tempestivamente le collaborazioni necessarie sono passaggi essenziali.

Dirigenti scolastici, docenti e famiglie: una responsabilità condivisa

Il contrasto al ritiro sociale non può essere affidato a un singolo soggetto. Richiede una rete di collaborazione tra scuola, famiglia, servizi sanitari, servizi sociali e territorio.

Il dirigente scolastico ha un ruolo importante nel promuovere un’organizzazione attenta al benessere degli studenti, favorire la collaborazione tra le diverse professionalità e sostenere iniziative di prevenzione e inclusione.

I docenti, grazie al rapporto quotidiano con gli alunni, possono cogliere cambiamenti e segnali che talvolta precedono l’interruzione della frequenza. È importante che possano contare su strumenti adeguati, formazione e procedure condivise, evitando che situazioni complesse siano lasciate alla sola sensibilità individuale.

Anche il rapporto con le famiglie è decisivo. La collaborazione e la fiducia reciproca possono favorire l’individuazione delle difficoltà e la costruzione di percorsi di accompagnamento, nel rispetto della riservatezza e della dignità dello studente.

La Relazione segnala, inoltre, il coinvolgimento delle Aziende sanitarie locali e dei Dipartimenti e Servizi per le Dipendenze nell’80% delle attività di prevenzione scolastica. Un dato che conferma l’importanza del lavoro integrato tra istituzioni scolastiche e servizi territoriali.

Non lasciare indietro nessuno

I dati sull’Hikikomori richiamano l’attenzione su una dimensione fondamentale della missione educativa: la scuola non deve limitarsi a registrare le assenze, ma deve interrogarsi sulle ragioni che possono determinarle.

La prevenzione del ritiro sociale richiede ambienti scolastici accoglienti, relazioni positive, attenzione alle fragilità individuali e capacità di intervenire prima che l’isolamento diventi una condizione consolidata.

Non tutti gli studenti vivono le difficoltà nello stesso modo e non esiste una risposta valida per ogni situazione. Occorrono interventi personalizzati, continuità educativa, ascolto e collaborazione con le professionalità competenti.

La scuola, da sola, non può risolvere ogni forma di disagio, ma può fare molto per evitare che un ragazzo diventi invisibile agli occhi degli adulti e della comunità.

Dietro ogni assenza prolungata può esserci una storia che chiede di essere ascoltata. Riconoscerla in tempo significa offrire una possibilità di ritorno, di relazione e di futuro.

Fonte: Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026 – dati ESPAD®Italia 2025.



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